“Checking your career path”…
Stavo gironzolando sul blog di Marc Gravell, un altro dei guru di C# che popolano StackOverflow, quando mi sono imbattuto in un suo recente post intitolato Checking your career path, che mi ha piacevolmente incuriosito.
Il “sottotitolo” del post, “or… have you asked yourself lately: ‘what matters to me?’” rende perfettamente il senso riflessivo ed introspettivo del post.
Controllare lo “stato” del proprio lavoro credo sia un qualcosa di naturale e, professionalmente parlando, doveroso.
Gravell si spinge più in là, con un articolo che suona come un ragionamento ad alta voce, pubblico, in qualche modo coraggioso per il modo con cui si esprime e soprattutto onesto, con sè stesso e col mondo.
Una frase mi ha colpito più di tutte:
“[...] but I’ve also repeatedly heard it said that it is atypical (unnatural, even) to stay in one place so long these days (a “job for life” being ancient history) – especially as a first job.”
Sarà la mia mentalità italica ma non vedo come innaturale il fatto di avere un “posto di lavoro a vita”, benchè sempre più difficile da trovare.
Detto questo devo però ammettere che sento spesso frasi simili a quella di Gravell e credo che in fondo ci sia del vero, almeno per quanto riguarda il “primo lavoro”: a patto di situazioni particolarmente fortunate (azienda familiare, conoscenze altolocate, …), il primo lavoro non è pressochè mai anche l’ultimo.
Di conseguenza un po’ di cambi sono necessari prima di arrivare ad un posto di lavoro “accettabile” rispetto alle necessità e aspettative individuali. Parlo ovviamente delle situazioni in cui è possibile cambiare.
Nella mia pur limitata esperienza ho visto e sentito di persone che non riescono a stare troppo tempo nello stesso posto e quindi continuano a cambiarlo, adducendo la possibilità – teorica – di un miglioramento economico e professionale o di essere costretti a cambiare per poter far carriera (non tutti i posti la garantiscono).
C’è anche chi, spostandosi di frequente da un lavoro all’altro, si è fatto un CV di tutto rispetto.
Ambizione, trattamento economico e professionale, responsabilità, mansioni, distanza da casa, … e mille altri fattori concorrono a definire il nostro personale “lavoro perfetto”: c’è chi arriva ad esso subito e c’è chi continuerà a cercarlo finchè campa, senza mai trovarlo.
Inutile girarci attorno: ogni lavoratore dipendente è in qualche modo un mercenario a contratto, che offre i suoi servigi dietro compenso quindi se qualcun’altro offre condizioni migliori, scartare l’opzione a priori è un comportamento quantomeno rischioso.
Quello che è certo è che non si cambia senza averne una necessità di qualche tipo ed ovviamente le necessità continuano a cambiare, anche come priorità: una situazione che in un dato istante ci è congeniale, potrebbe non esserlo a distanza di mesi o di anni.
Concordo con Gravell quando dice che:
“Of course, you need to make your own priority list (and it doesn’t strictly have to relate to career), but make decisions – don’t just drift idly. And “no change” counts as a 100% valid decision, as long as it is considered.”
Il punto non è solo analizzare il proprio status lavorativo, la propria “carriera”, ma anche e sopratutto prendere le opportune decisioni, specialmente quando l’esito dell’analisi è negativo. Altrimenti, nel caso peggiore, questo giochino-riflessione diventa solo un inutile esercizio-frustrazione, una specie di dolorosissimo “Taffazzi-game“.
Prendendo spunto dal contenuto del post, dall’onestà intelelttuale di Gravell, per quanto mi riguarda, mi ritengo soddisfatto per il mio posto di lavoro attuale ma non essendo indovino, non so nè saprei rispondere alle fatidiche domande “Dove ti vedi fra 5 anni? Sempre nello stesso posto o altrove?” (che per inciso mi paiono un po’ discutibili e pretestuose).
Quello che però posso dire è che, compatibilmente con la mia nuova vita matrimoniale, proverò ad alzare la sbarra più che posso in ambito professionale ed a imparare sempre cose nuove.
Di sicuro, qualora se ne presentassero, non lascerò scappare eventuali occasioni per ignavia, pigrizia o paura di cambiare.
Voi che ne pensate?
Ciau!

Quanto poco mi piace il termine “lavoratore dipendente” …
A dire la verità le varie distinzioni dipendente/autonomo/… non piacciono neanche a me, però sono in uso e mio malgrado mi adeguo (anni e anni di compilazione del modello UnicoOnline mi hanno deformato professionalmente => dovrei chiedere i danni!
)…
Beh, col tempo ci si addomestica …
Eh sì… Considera che io detesto le “etichette”, specie quando le si appioppa “a caso”…