Sarà la settimana…

Sarà il periodo economico-finanziario decisamente negativo ma da qualche giorno a questa parte sto osservando un vertiginoso aumento di “lamentele a mezzo post” circa la situazione lavorativa italiana.

Parliamo di gente qualificata che non riesce a realizzarsi e quindi… scappa.

Solo colpa della crisi?

Non sono un esperto nel campo ma credo che la situazione italiana vada messa in discussione più sotto il profilo strutturale che non su quello relativo al momento economico, che è cattivo pressochè per tutti.

In altri termini: la “fuga dei cervelli” italiani esiste da molto prima che questa crisi scoppiasse e quest’ultima, al massimo, l’ha solo accentuata.

Se avete tempo date un’occhiata alla rubrica Italians di Severgnini: compaiono spesso lettere illuminanti su questo tema.

Meritocrazia: non pervenuta

Credo che non ci sia nessuno sano di mente che possa affermare che in Italia la meritocrazia esista. A meno di un qualche improbabile deciso tentativo per modificare la mentalità dell’intera nazione, la situazione non cambierà: il clientelismo è così radicato che non possiamo più farne a meno. E’ una droga a cui siamo assuefatti (per chi ci guadagna) o rassegnati (per chi lo subisce).

Il problema non è solo l’assenza di meritocrazia: il punto è che strutturalmente non ci siamo evoluti rispetto al resto del mondo, stiamo ancora vivendo sugli allori dei bei tempi che furono.

La politica italiana perde tempo e risorse per mantenere a galla, con i nostri soldi, vecchie carcasse di aziende per un discorso esclusivamente elettorale. Parliamo di aziende bollite da anni, non realtà temporaneamente sofferenti.

Mentre i nostri politicos si gettano al salvataggio di queste poche, grosse e barcollanti aziende, ne lasciano morire molte altre, probabilmente meno rinomate, spesso più piccole, probabilmente più produttive. Parlo di quelle aziende che a causa degli effetti della crisi (es: crediti inesigibili) magari hanno avuto qualche problema di liquidità che le ha portate prima all’insolvenza e poi al fallimento.

…e gli strozzini ringraziano (cfr. questo post de IlSole24Ore, ad esempio)

In un contesto del genere, come può un neo-laureato trovare un lavoro che lo soddisfi e/o lo ripaghi per gli sforzi che ha dovuto fare sin lì?

La tipica realtà aziendale italiana

Temo che il cuore del problema sia almeno in parte legato al tipo di impresa dominante in Italia: le aziende sono storicamente medio-piccole e alla prima crisi, rischiano di volar via tipo la casetta dei tre porcellini. Non parliamo poi del discorso tasse, finanziamenti, burocrazia, …

Figuriamoci se questo tipo di azienda dispone di abbastanza soldi per investire in R&D serio, con gente qualificata o iperqualificata, e che non sia solo per integrazione di componenti sviluppati altrove.

Tempo fa, in una delle ormai pochissime trasmissioni televisive che guardo, ricordo che emerse la fatidica domanda: “…ma un’azienda come Google potrebbe svilupparsi in Italia?“.

La risposta ovviamente fu “probabilmente no“, almeno sotto il profilo finanziario: le banche prestano soldi col contagocce (ma li prestano alle ditte enormi e già indebitate…) e non è diffuso (eufemismo) il venture capitalism, almeno non nella forma presente in altri Stati.

Salvo casi particolari e comunque limitati, come il bando per startup citato da Stacktrace.it un paio di giorni fa (cfr. post “55 milioni di Euro a disposizione per startup italiane), la realtà italiana è ben diversa dal resto del mondo.

Per capirci: in Italia con tutta probabilità Google non avrebbe mai ricevuto il maxi-finanziamento che invece ottenne da privati negli USA quando era una startup. Da Wikipedia:

“On June 7, 1999 a round of funding of $25 million was announced, with the major investors being rival venture capital firms Kleiner Perkins Caufield & Byers and Sequoia Capital.”

Su questo fronte la realtà italiana è ben diversa (sempre da Wikipedia):

“La maggior parte degli operatori venture italiani, dopo il boom di fine millennio, hanno cessato l’attività, riqualificandosi come fondi d’investimento, spesso speculativi (hedge fund).”

Eppure, tornando all’argomento-Google ma guardandolo dal lato tecnico, l’algoritmo PageRank affonda le sue radici in quello chiamato HyperSearch dell’italiano Massimo Marchiori.

Come dire: le persone valide le abbiamo. Semplicemente non siamo abituati a trattarle bene o quantomeno a non mettere loro i bastoni fra le ruote.

E come li ha spesi e li continua a spendere i soldi Google? Assumendo gente valida e pagandola decorosamente (anche se a onor del vero non mancano voci discordanti).

Per curiosità, avete mai dato un’occhiata al profilo-tipo di un dipendente di Google? I PhD si sprecano. Sarà anche “di nicchia” il campo in cui opera Google, un “regno degli algoritmi”, però per mantenersi costantemente competitiva questa azienda punta al meglio che può trovare, assumendo personale qualificato per svolgere compiti che sanno molto di sfide intellettuali.

Dopotutto se davvero punti al meglio devi partire col piede giusto…

Laureati italiani all’estero

Lo Stato-Italia, nonostante la discutibile (negli effetti) riforma 3+2, continua a produrre una discreta quantità di laureati competenti. Se non ci credete, leggete post come questo per capire come gira il resto del mondo.

Sfortunatamente un porzione sempre più significativa dei nostri laureati validi è costretta a fuggire all’estero, per una sistematica mancanza di fondi e di fiducia e, soprattutto, di progetti di supporto a lungo termine. Non parliamo di career-development e altre simili parolacce…

La miglior dimostrazione della qualità della nostra Università, è triste dirlo, sta proprio nel numero di persone che trovano riparo all’estero ogni anno. E fra questi annovero diversi amici e conoscenti…

Intendiamoci: un minimo di interscambio fra nazioni credo sia fisiologico, ma le statistiche parlano di Italia snobbata dai laureati stranieri ed un “export” costante ed inesorabile.

Stiamo costruendo il futuro degli altri Stati con i nostri emigrati “di lusso”!

Le nostre università creano risorse umane qualificate (che termine orribile!) che per quanto siano perfettamente in grado di produrre reddito, sono costrette ad enormi sacrifici per emergere o, stremate, alla suprema decisione di riparare all’estero. Come se lasciare la famiglia fosse facile e divertente.

Come si fa a chiedere di restare ad un medico che, dopo anni e anni di gavetta nei nostri ospedali da “non raccomandato” (leggi: un paria, professionalmente parlando), si trova offerte così vantaggiose all’estero da non poterle rifiutare?

Qualche giorno fa ho provato una solenne tristezza nel sentire un mio conoscente – normalmente restio a parlare di sè – lamentarsi del fatto che, pur avendo studiato tanto per un lavoro di progettazione, sia stato relegato all’”immane” compito di “premere dei tasti su una tastiera“.

Medesima orribile sensazione qualche ora più tardi leggendo questo post su duechiacchiere.

Possibile che in Italia non serva davvero laurearsi?

O meglio: possibile che un laureato-medio-e-non-raccomandato parta fin dall’inizio con la consapevolezza di avere moltissime più chance di carriera all’estero che in Italia?

Infine: dove e quante sono le eccellenze italiane?

Restringiamo il discorso

Posso capire che non tutte le lauree garantiscano un adeguato lavoro e può sembrare ingiusto definire il valore di ciascuna in relazione agli introiti medi che produce.

Però è indubbio che ci si aspetti che determinate lauree producano qualcosa di (meramente) più tangibile di altre (cfr. questa lettera apparsa nella rubrica Italians di Servegnini: dura, disincantata ma squisitamente non-ipocrita).

Ma chi si laurea in queste discipline, per lo più tecnico-scientifiche, si aspetta alla fine del corso di trovare una situazione lavorativa che gli permetta di esprimere almeno in parte quello che ha imparato. Giusto per potersi guardare allo specchio tutte le mattine con la consapevolezza di non essere un banboccione che ha buttato tempo e soldi inutilmente.

Di certo un laureato non si aspetta di trovare porte chiuse a prescindere e gente non qualificata come lui che gli “ruba” il lavoro solo perchè “è amico/parente/cliente di…“.

Altrimenti, davvero, che senso avrebbe laurearsi in Italia?

Che ne pensate e/o com’è la vostra situazione? Siete in procinto di scappare, siete già scappati o siete rimasti?

Ciau!

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15 thoughts on “Sarà la settimana…

  1. Stefano scrive:

    Bel post, grazie, spero che provochi qualche bella discussione …

    Lauree a parte, a suo tempo ho trovato molto interessante, quasi illuminante, questa testimonianza di un italiano (Renzo Lazzarato) che si è fatto strada all’estero, e che ha quasi rinunciato a ritornare professionalmente in Italia …

  2. jp scrive:

    Grazie per il link: decisamente interessante (e aggiungo un link al blog, già che ci sono :D )!

    Precisazione: il mio post parla di laureati all’estero semplicemente perchè le lamentele che ho letto in questi giorni si riferiscono principalmente a loro.

    Ovviamente la crisi tocca tutti e non sono solo i laureati a fuggire, ma tanta gente egualmente (e/o anche più) valida e senza titoli accademici.

    Come dire: non tocca avere per forza una laurea per essere un “cervello [in fuga]“. Poi la cosa difficile è spiegare questa cosa a chi campa di scoop e di titoloni, ma quello è un altro problema…

  3. pioniere scrive:

    meritocrazia? esiste ancora nel dizionario? per favore togliete quella parola :) qui se non sei figlio di qualcuno fai fatica a far strada! E se non vuoi far strada fai fatica a farti pagare…

  4. jp scrive:

    Esiste ma c’è una postilla che rimanda alla voce “utopia”, almeno sul vocabolario italiano… :D

    Ciau! ^^

  5. camu scrive:

    Il post è lungo ma si legge bene, mi è piaciuto. Ci sarebbero tanti punti a cui rispondere, ma non voglio fare un commento altrettanto lungo :) La domanda se “laurearsi ha ancora senso in Italia” me la sono posta più volte anche io, ed alla fine mi sono reso conto che no, non ha più senso. Perché gli atenei non ti danno più la preparazione vera che sfrutterai nel mondo del lavoro, perché molte aziende non guardano al pezzo di carta ma alle cose che sai fare, perché la retta è diventata molto costosa ed il ritorno economico non è spesso immediato e soddisfacente. Certo, ho incontrato tanti amici all’università, ho fatto esperienze che altrimenti non avrei avuto l’occasione di provare, ma alla fine tutto ciò che ho imparato è stato per mia iniziativa personale, e delle formule per calcolare l’integrale di una superficie disconnessa non ricordo più nulla. Insomma, gli atenei italiani, al contrario di quelli americani (dove lavoro) sono troppo staccati dalla realtà, e non forniscono gli strumenti indispensabili per essere competitivi nel mondo del lavoro. Io ho lavorato anche all’università in Italia, come tecnico di laboratorio, quindi so di cosa parlo ;) Troppi “baroni” circolano ancora per le aule magne.

    Sfortunatamente molti non ce la fanno a scappare: per motivi economici, perché non si vogliono separare dalla famiglia, perché hanno prole a carico, perché non conoscono la lingua. E allora si lamentano: questi sono i peggiori. Perché alimentano questo mugugnio continuo ma non fanno nulla per cambiare le proprie vite. Poi ci sono quelli che scappano, inseguendo il proprio sogno! E magari finisce pure che lo realizzano.

  6. sofianestesia scrive:

    Mio padre lavora per l’Asl, ha un diploma e non ha mai frequentato l’università. Ormai si sta avvicinando all’età pensionabile, quindi ha poco senso guardare ad orizzonti di gloria. La cosa buffa però, e qui arriva la mia vera risposta, è che deve fare il lavoro di molta gente assunta dopo di lui e incompetente, prendono laureati che non riescono a districarsi in alcune faccende e combinano casini e sono anni che non se ne va in ferie. Inoltre, il suo capo disperato gli ha strappato la lettera di dimissioni, asserendo che senza di lui tutto andrebbe all’aria. Vorrei che mio padre morisse, per farmi due grasse ed amare risate.
    So di essere una voce fuori dal coro, ma credo di avere il diritto di esprimermi in questo senso, giusto? Perché “certi” laureati non se ne vanno veramente all’estero, mentre i veri competenti o se ne vanno via o restano qua a farsi la fame e il fegato amaro?
    Che Italia di merda…

  7. jp scrive:

    @sofianestesia

    Innazitutto, grazie per il commento: è duro ma di certo non lo si può definire falso.

    Più volte ho detto che avere una laurea non garantisce nulla. Non garantisce che chi ce l’ha sia davvero valido/competente nè dà diritto a pretese di lavoro in stile “perchè sono laureato“.

    Di certo un laureato non valido danneggia la reputazione di tutti, compresi quelli validi…

    Caso vuole che quelli non validi spesso smanino anche dal desiderio di farsi chiamare “dottore” ad ogni piè sospinto, come se il titolo sopperisse (o li mettesse al riparo) dalle loro lacune e dai danni che producono.

    L’introduzione del 3+2, con quella laurea “più vicina” e quel generale abbassamento della difficoltà-media, credo sia almeno in parte responsabile di tutto questo, almeno nel breve periodo…

  8. jp scrive:

    @Camu

    Innazitutto, grazie anche a te per il commento.

    Penso che tu abbia toccato un punto interessante: chi resta, spesso mugugna e magari non fa nulla per migliorare le cose.

    Dico “magari”, perchè c’è chi materialmente viene bloccato da altri e quindi o si sposta o frigna.

    Quello che mi fa davvero imbestialire è come i baroni di turno riescano sempre a salvarsi, in un modo o nell’altro. Non capisco davvero come certa gente, magari assolta solamente per prescrizione o per qualche stupido cavillo, possa continuare a lavorare dove ha commesso i reati per cui è stato imputato. Questo vale per i baroni così come per qualunque altra figura pubblica. GRRRR….

    La parte sull’”iniziativa personale” credo che tocchi un altro nervo scoperto.

    Probabilmente sto invecchiando e quindi propendo per paragoni impropri, improponibili ed opinabili, però “ai miei tempi” le persone mi parevano meno attaccate a quel maledetto pezzo di carta e si divertitivano di più a sperimentare. Non sto ragionando in termini del singolo (ci sarà sempre qualcuno che sperimenta di sua iniziativa, per fortuna!) quanto della “massa” presa in blocco.

    Utilità… Beh, non faccio mistero che dei 40+ esami che ho superato per laurearmi ne ritengo “intrinsecamente utili” solamente una quindicina e di questi solo 5 o 6 probabilmente mi hanno lasciato davvero qualcosa che si è rivelato utile almeno una volta nella mia esperienza lavorativa.

    Probabilmente ogni studente ha la sua “lista degli esami validi” ed è giusto così. L’università serve a farti esplorare molti campi ma sfortunatamente non garantisce che ne troverai almeno uno che ti piaccia e/o ti permetta di realizzarti.

    Nella mia carriera universitaria ho trovato anch’io un limite: l’approccio troppo accademico di certi esami, inclusi quelli che per loro stessa natura non sono (molto) teorici o addirittura sarebbero finalizzati al mondo del lavoro.

    Talvolta è “colpa” dei prof, talvolta dell’ordinamento del corso di laurea ma a volte la colpa è degli studenti stessi che preferiscono (e chiedono insistentemente ai prof) prove d’esame teoriche “per-far-prima” piuttosto dei bei progettoni scuoti-meningi che magari richiedono qualche mese di impegno costante.

    Diciamo che aborro l’idea-comando secondo cui “l’Uni deve insegnare $LISTA_DI_TECNOLOGIE“: mi pare tanto dannosa quanto “l’Uni deve insegnare $LISTA_DI_MATERIE_TEORICHE“.

    L’Uni, secondo il mio modesto parere, dovrebbe fornire primariamente lo sprone per l’approfondimento e quindi per l’iniziativa individuale: il resto viene come bonus.

    Sbaglio?

    PS: personalmente sarei interessato a leggere la versione “extra-long”, magari sul tuo blog. :)
    PS#2: in realtà questo post è solo la prima parte di un discorso più “costruttivo”. To be continued…

  9. pioniere scrive:

    @jp: ti ricordi che fine fecero le nostre iniziative su “scrivere una tesi con Latex”, di recente è anche stato organizzato un cineforum, solo che tutto è stato bloccato alle 3 di notte dal direttore perchè mancavano i diritti siae. Risultato? Nemmeno a giurisprudenza a trento pagano i diritti siae..
    Qui siamo di fronte a un LAUREIFICIO dove le università prendono soldi in base al numero di laureati, competenti o incompetenti, e i tagli che ci sono stati non faciliteranno di sicuro la vita!!!

  10. jp scrive:

    @pioniere: penso tu sappia benissimo che con la SIAE non si scappa e che la prudenza non è mai troppa… Considerando i veri/presunti tagli ai fondi, non credo che un’iniziativa del genere, per quanto lodevole (almeno la considero io così), possa beneficiare di chissà quali aiuti economici. Il mancato bis (perchè di bis si trattava) al mini-corso “scrivere una tesi con Latex” è invece un’altra storia e non ho voglia di riaprire la ferita…

    Lo stile-laureificio è stato imposto a livello nazionale, a tutte le Università: calcolare i fondi da distribuire anche sulla base del numero dei laureati annuali, permettere l’esplosione del numero dei corsi di laurea (molti di discutibile introduzione), tagliare fondi qui e là, mettere le stesse Università in competizione per i finanziamenti,volersi riavvicinare a tutti i costi al numero medio di laureati in Europa e possibilmente “in corso”, … sono tutte mosse che in qualche modo hanno provocato un generale abbassamento della difficoltà media complessiva di molti corsi. Questo in qualche modo ha avuto un impatto sulla qualità-media (al solito, sul singolo individuo non si può ragionare nello stesso modo) di tutto il mondo universitario.

    Lo dico avendo seguito 2 anni del Vecchio Ordinamento e poi essermi sciroppato la riforma 3+2. Lo dico avendo sentito questo stesso mio discorso più volte, da più persone ed in più facoltà.

    Ciau!

  11. NeXuS scrive:

    Io credo che un grosso problema dell’Italia risieda negli italiani stessi, motivo per cui tanta gente e’ realtamente attratta da figure come quella di Berlusconi (no, non la butto sul politico), Corona (il “fotografo”), etc.

    Quello che intendo dire e’ che mi pare evidente che ce lo abbiamo nel sangue, quello spirito di arrembanti scalatori senza limiti ne regole. La maggior parte di noi farebbe carte false pur di lavorare meno e guadagnare di piu’. D’altro canto chi ha il potere spesso si lascia facilmente incantare da chi terge lor bene le terga (forse perche’ si riconoscono in loro), facendo in modo che altri incompetenti scalino la piramide del potere e del denaro.

    Un’altro dei nostri limiti come italiani e’ quello di non saper spesso riconoscere i nostri limiti, di parlare a vanvera di cose che non sappiamo, di dire “Ma si’, che ci vuole…” e poi fare le cose a meta’ (vedi il famoso portalone italiano) o non farle proprio (quanta gente scappa con i soldi e non si fa piu’ vedere?).

    In un mondo cosi’ dove credete che ci sia spazio per quelli che ancora sanno quanto valgono, eventualmente si fanno in quattro per valere di piu’, e sono magari pure disposti a lasciare strada se c’e’ qualcuno piu’ bravo di loro? Molto poco direi.

  12. jp scrive:

    Sul fatto che stiamo (siamo) diventati esattamente come ci dipingono all’estero, non ho dubbi: siamo macchiette di noi stessi. In Italia ha successo chi frega meglio il prossimo, non chi fa qualcosa di utile. Sistematicamente chi compie reati, anche efferati, diventa una superstar nei tg…

    Però sono certo che si possa cambiare mentalità. Serve solamente qualcuno onesto (e ce ne sono di persone così!) e con un filo di carisma (su questo già scarseggiamo) che si prenda la briga di raddrizzare la mentalità. Serve uno sforzo pluri-decennale temo…

    Forse allora – e solo allora – i nostri cervelli in fuga rientreranno e potranno darci una mano per farci crescere come Stato.

    Ciau!

    PS: per quanto riguarda la “piramide” di cui parli, credo che il Dilbert Principle sia perfettamente adeguato per descrive l’italico caso:

    “… companies tend to systematically promote their least-competent employees to management (generally middle management), in order to limit the amount of damage they’re capable of doing.”

    Il peggio tende a salire (“promuovere per rimuovere” oppure “promozione proporzionale a quanto uno lecca”) e alla fine, per invidia, cattiveria, stupidità, … quelli che veramente valgono restano spesso bloccati ai piani bassi o addirittura costretti alla fuga all’estero

  13. camu scrive:

    @jp: dici che “serve solamente qualcuno onesto (e ce ne sono di persone così!) e con un filo di carisma (su questo già scarseggiamo) che si prenda la briga di raddrizzare la mentalità.” Dall’alto dei miei 35 anni (e così finalmente qualcuno sa la mia età eheh) posso dirti che in tutto questo tempo non è mai cambiato nulla, e ciò mi porta a dedurra che nulla cambierà neppure nei prossimi 35 anni. Anzi, a giudicare dalla piegaccia che stanno prendendo le cose, potranno solo peggiorare. Io sono andato via da quel paese (la P maiuscola non se la merita più) proprio per questo motivo, o almeno questo era uno dei principali: non volevo che i miei figli crescessero in un posto dove vince chi frega, dove i valori della patria si tirano fuori solo quando gioca la Nazionale di calcio, dove la solidarietà sociale è inesistente. Più volte sul mio blog ho fatto riferimento ad un interessante rapporto del Censis del 2007 mi pare, in cui l’Italia veniva definita “una società in putrefazione”. Fu quella la goccia che fece traboccare il mio vaso già colmo: appena mi si presentò l’occasione, feci la domanda per avere il visto americano, e scappai a gambe levate. E stai tranquillo che se non era l’America, sarebbe stata la Svezia, la Spagna o la Francia. Eppure prima di andarmene avevo un posto supersicuro (impiegato a tempo indeterminatissimo in una pubblica amministrazione, e per di più di livello “funzionario”, essendo laureato). Molti dicevano che ero pazzo a mollare il posto fisso per lanciarmi nel buio di ricominciare tutto daccapo in un Paese straniero. Eppure mi rivedo, un po’ al contrario, nel padre di sofianestesia. Solo perché ero uno a cui le cose piace finirle e farle bene, venivo spesso snobbato e messo da parte da persone più anziane (con e senza laurea) che avevano “paura” di me, delle mie capacità. Loro erano lì solo grazie a favori ricevuti, e si sentivano minacciati dallo sbarbatello di turno (il sottoscritto) più bravo di loro. Ma io non volevo fare le scarpe a nessuno, il mio era solo senso del dovere: come impiegato pubblico, pagato dai contribuenti, volevo che il mio lavoro rendesse davvero un buon servizio ai cittadini. E così mentre gli altri si grattavano la panza, io cercavo di lavorare. Ma fui subito visto male, perché mettevo in cattiva luce gli altri. Certo, qui poi il discorso si farebbe lungo, perché ho tutta la mia teoria del “come mai” gli impiegati si grattino la panza. Dico solo che non è colpa loro ma di chi sta ai posti di comando (direttori, dirigenti, ecc) che demotivano spesso l’iniziativa personale.

    L’ho già fatta abbastanza lunga e (aveva ragione il mio professore di lettere) sono uscito fuori tema, e non voglio annoiarvi. La morale dal mio punto di vista? O scappate o vi adattate e finite per giocare allo stesso gioco degli altri: fregare. Perché in Italia l’onestà non paga, ve lo dice uno che questa cosa l’ha sperimentata in più occasioni sulla sua pelle. E non illudetevi che le cose cambieranno in poco tempo: sprecherete solo il vostro tempo. Il mio consiglio: se avete una laurea, non sprecatela facendovi assumere come cococo da qualcuno, andate all’estero. Come leggerete su Italians di Severgnini, fuori dall’Italia apprezzeranno il vostro talento, garantito. E voi avrete una vita felice. Si, magari vi mancherà un po’ il cibo saporito, ma a quello ci si abitua presto :-)

  14. jp scrive:

    Ciao Camu e grazie per il tuo commento.

    Forse sarà che sono ancora troppo illuso o ancora troppo ottimista ma sono certo che questo tipo di mentalità si possa ancora correggere. Il punto è che la massa temo si sia ormai rassegnata/abituata e smuoverla richiederà appunto decenni di sforzi continui, non certo un paio di anni.

    Mi sono sempre chiesto, nonostante l’ancora forte presenza della Chiesa, perchè altri popoli non puntino a fregare il prossimo come tentiamo sistematicamente di fare noi.

    Intendiamoci: gli scandali capitano spesso anche all’estero ma quello che cambia è la reazione della massa. Da noi se truffi, sei quasi universalmente considerato un “grande”. Altrove non è così o almeno così interpreto leggendo in giro e sentendo chi ci vive all’estero.

    Mi irrita osservare i nostri politici, gente appositamente ben pagata, che per mantenere i suoi elettori non dice apertamente le cose come stanno nè tantomeno come dovrebbero andare. Quanti politici italiani conosci, con un seguito numeroso, che siano soliti affermare ad esempio “puntiamo ad azzerare l’evasione“. Presente quante cose ci si possono fare dopo con i soldi recuperati?

    Quanto a me, all’alba dei 29 anni e con più o meno 10 anni di esperienza rigorosamente nel “mio” campo (*), ossia l’informatica, non posso lamentarmi della mia situazione attuale.

    Però quando vedo il trattamento economico/professionale medio riservato all’estero per un lavoratore con mansioni simili alle mie, lo confesso, un po’ di invidia ce l’ho anche io.

    Ad esempio, quando vedo annunci come questi la mia reazione standard è fra l’incredulo, l’estasiato e l’arrabbiato: in Italia annunci così sono mosche bianche, ammesso che li si trovi…

    Mi secca davvero dover pensare che sul medio-lungo periodo probabilmente avrò davvero più speranze di una realizzazione economico-professionale completa/definitiva/adeguata/… all’estero che non qui in Italia (sigh)…

    Ciau!

    (*): di cui 8+ con contratti CoCoCo/CoPro => scelta quasi obbligata per poter studiare, accumulare più esperienza possibile “sul campo” (che conta tantissimo in ambito lavorativo) ed anche contribuire un pochino al mio mantenimento in famiglia.

  15. Stefano scrive:

    Mi aggrego..

    @camu – la tua esperienza lavorativa in Italia l’ho vista spesso, anche se magari non in prima persona, nell’esperienza di conoscenti e parenti. Devo dire è una situazione che si propone frequentemente nel settore pubblico, ancora visto come il ‘rifugio sicuro’ per chi vuole guadagnare e non lavorare sodo. Nel privato, per fortuna, esistono ancora molti casi in cui il risultato e la professionalità sono premiati. Non quanto si dovrebbe, purtroppo.

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