Paranoia professionale…

Qualche giorno fa, al termine di una fase di lavoro (su cui ovviamente non posso nè voglio entrare nei dettagli) ho chiesto ad un collega di aiutarmi a scattare una foto perchè era in una posizione migliore della mia per poterlo fare.

La sua reazione (e a dire il vero non solo la sua: diverse persone si son girate a guardare cosa stavo facendo) è stata chiedermi “perchè scatti una foto di $OGGETTO?“.

La mia risposta è stata “paranoia“.

Probabilmente il tempo e l’esperienza mi hanno reso più guardingo e sospettoso, ma sono ormai certo che la paranoia in ambito professionale, tenuta debitamente sotto controllo, sia in qualche modo utile e probabilmente anche doverosa.

In quel frangente ho scattato la foto, anzi più d’una a dire il vero, per precauzione.

Scattarle mi ha rubato solo pochi secondi e in un paio di minuti le avevo già archiviate in un’apposita directory – con tutta la documentazione del progetto – e inviate via mail al mio responsabile (forma di backup distribuito, forse spuria ma certamente efficace).

Non che volessi disturbare alcuno, però la mia richiesta “fotografica” ha prodotto due effetti notevoli:

  1. più testimoni del fatto che le cose effettivamente funzionassero (si sa cosa può la curiosità umana…);
  2. la prova tangibile ed inoppugnabile del successo delle operazioni in cui ero coinvolto.

Il gioco è valso la candela, quindi.

Nota: in questo post per “documentazione” intendo principalmente quella “extra“, ossia quella che viene prodotta a corredo di quella ufficiale/obbligatoria dei vari progetti (cioè oltre ai documenti con i requisiti, con le specifiche, con certificazioni assortite, ecc…) e spesso non meno importante di quest’ultima.

Livelli di controllo

La mia visione circa i progetti in ambito lavorativo è riassumibile in:

“Tanto più è fuori dal mio controllo, tanto più prendo precauzioni.”

Da tempo tendo ormai a valutare ciò che compio non solo relativamente alla sua importanza rispetto al resto del mondo, ma anche sulla base del livello di controllo che esercito su di esso.

Se ho un controllo intimo su quello che faccio, le mie policy mentali sono relativamente rilassate: essendo cose “mie”, sono normalmente in grado di (e voglio) risponderne direttamente senza indugio.

Questo perchè sono già abbastanza scrupoloso da fare le cose in maniera deterministica (ritornerò a breve su questo punto).

Nel caso invece di qualcosa su cui non ho il controllo diretto e/o limitato, di solito tendo ad essere più “pedante”.

Tutto ciò non solo per evitare di passare per “capro espiatorio” se le cose dovessero andare male (“stare sulla difensiva”), ma anche perchè, non controllando il tutto in maniera “completa”, è molto probabile che abbia raccolto e/o disponga di meno documentazione rispetto all’altro caso.

E se non hai il giusto livello di documentazione ti devi affidare alla tua memoria che non sempre è affidabilissima…

Paranoia e documentazione

Due punti che ritengo importantissimi sul rapporto fra documentazione e memoria:

  1. la documentazione è il backup della tua memoria umana;
  2. la documentazione scritta da altri non vale quanto quella che raccogli tu, in prima persona (proprio perchè vige il punto 1).

In quest’ottica le foto (ma non solo loro, ovviamente) rientrano a pieno nella documentazione perchè sono ricordi concretizzati, facilmente archiviabili ed esibibili in caso di necessità.

La documentazione è quello che salva capra e cavoli. La tua capra e i tuoi cavoli, ma non solo: può proteggere anche i colleghi, i responsabili, … e risalendo la corrente anche la tua azienda.

E’ quindi un’ottima arma di difesa. Un “paranoico virtuoso” non può farne a meno se vuole sentirsi “a posto”, ossia poter dare per determinate cose (“mettere dei paletti”).

Possiamo discutere sul fatto che tanta documentazione, in virtù dei cambiamenti continui, diventi presto “carta da macero” (nonchè sia faticosa da produrre e possa diventare un serio problema in fase di archiviazione, mantenimento, gestione, recupero, ….) ma non sul fatto che sia tutta inutile (tipica scusa delle persone pigre).

L’unica documentazione inutile è quella nata fin dall’inizio per esserlo. Inoltre se è stata utile anche solo per un istante, è stato giusto produrla.

Ciò implica però che non sia possibile stabilirne il reale valore mentre la si produce ma si debba aspettare il momento di “sfoderarla” e non è detto che ciò avvenga per forza.

Ma un conto è averla a disposizione e non usarla, un conto è averne bisogno e non averla, per cui nel dubbio è sempre opportuno produrla (almeno le parti critiche e non intuitive di un qualcosa andrebbero sempre documentate: il resto, per esclusione, non necessita di essere documentato in dettaglio).

La paranoia professionale e il ruolo del determinismo

Il passo successivo è sviluppare quella che personalmente chiamo “paranoia professionale” che, in fine dei conti, consiste nel riconoscere umilmente che nessuno è perfetto e nell’essere consapevoli che dimenticare qualcosa può significare non essere in grado di discolparsi/difendersi per mancanza di prove certe (che equivale ad ammettere: “vostro onore, non ricordo…”).

Arriviamo quindi ad una virtù del perfetto paranoico professionale, quella che spesso lo salva, cioè quello che io (impropriamente) considero e chiamo determinismo.

E’ inutile farsi prendere dalla foga e produrre tonnellate di prove o documentaziobne se poi non si sviluppa una certa prassi/metodologia operativa per ottenere, discernere, classificare, riporre e recuperare le informazioni.

Determinismo, in questo caso, è compiere azioni similari in un modo similare.

Cosicchè, ad esempio, se cerco qualcosa che riguarda $COSA, possa trovarla esattamente in un posto (o in un numero limitato e preciso di posti)”.

La vita lavorativa ha spesso il ritmo di un sistema operativo real-time (spesso più “hard real-time” che “soft real-time”) che consiste nel fornire risposte adeguate in uno spazio di tempio ristretto o ristrettissimo.

Il determinismo lenisce la paranoia perchè se ben applicato garantisce risposte sicure in tempi ragionevoli.

Tornando all’esempio, poter dire “se c’è, è certamente in $POSTO o al massimo $ALTRO_POSTO” significa avere una garanzia: è una risposta compiuta, magari non quella che vorremmo, ma è una risposta definitiva.

Effetti su terzi della paranoia professionale

Ma il determinimo di una persona è estremamente comodo anche per le altre persone, in primis colleghi e capi. Ad esempio, poter dire con certezza assoluta di un collega “di solito mette le cose qui” o, ancora meglio, “le fa sempre in questo modo” è estremamente piacevole perchè, come minimo, fa risparmiare tempo.

Cosicchè la “paranoia professionale” di un individuo può lenire quella di chi gli sta accanto. Il determinismo delle sue azioni contribuisce a rassicurare chi lavora con lui (es: “non mi preoccupo perchè so che quella persona fa sempre le cose in quel modo preciso e so con certezza che si farà vivo quando avrà qualcosa di significativo da comunicarmi”).

L’eccesso di paranoia

Fin qui ho parlato di paranoia come qualcosa di virtuosamente controllato.

Sopra un certo livello, ovviamente, smette di essere “professionale” e diventa patologica. Bisogna fare attenzione a non perdere di vista l’obiettivo, ossia la tranquillità che scaturisce dal proprio operato.

Oltre una certa soglia la paura di non essere mai a posto o sentirsi sempre minacciati da qualcosa di invisibile, uccide il pregio dell’essere scrupolosi. Uccide anche il proprio lavoro oltre alla propria salute mentale.

Inoltre c’è sempre il rischio che una certa prassi autoimposta possa rendere il proprio lavoro più noioso.

Per non parlare della percezione di chi ci sta attorno: spesso la scrupolosità viene interpretata o scambiata per pedanteria gratuita bella e buona o, peggio, nel voler essere il “primo della classe“.

Tutto ha un limite!

Conclusioni

Con questo post spero di aver spiegato bene il perchè la paranoia non sia necessariamente un male e, nel limite, come applicarla a proprio vantaggio in ambito lavorativo e professionale.

Che ne pensate?

Ciau! ^^

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7 thoughts on “Paranoia professionale…

  1. cavok scrive:

    ci ho messo un po’ ma alla fine ho trovato la foto in questione sfruttando proprio il paradigma del backup distribuito. occhio a dove metti le foto! ;)

    http://files.splinder.com/dcc619565f670a63a3b6cc00574f740d.jpeg

  2. jp scrive:

    @cavok: bwahahahahahah…. geniale! :D

  3. cavok scrive:

    al di la’ dello scherzo, ho trovato il tuo post interessante. lavoro con i sorgenti tutto il giorno e, facendo i dovuti parallelismi, mi ritrovo a scattare un’infinita’ di foto. lo facevo con cvs, poi con subversion e ora con git. e’ davvero il backup della mia memoria, anzi, e’ la mia memoria. infatti non mi muovo senza un SCM.

  4. jp scrive:

    Anche io tendo a “backuppare il backuppabile” ed abuso volentieri di commit sul server SVN (è lì per quello). Sarà la paura di perdere tutto o sentirmi non a posto senza certe “garanzie”, ma… “se sicuro vuoi apparire, un sano backup devi gestire“… :)

    Il senso del post, più che sulla foto in sè (diciamo che volevo far notare che anche le foto sono “documentazione” utile), è sul perchè una certa prassi in ambito lavorativo sia indispendabile.

    Cioè la “paranoia professionale” è semplicemente lo scrupolo nel fare le cose in modo ordinato e preciso.

    Grazie di essere passato (e l’immagine è geniale!) :)

  5. NeXuS scrive:

    Uhm… sei paranoico! ;)

    Credo che tu confonda la paranoia con l’ordine e la precauzione. La paranoia e’, per definizione, una patologia. L’ordine e la precauzione sono invece tratti molto desiderabili (e si’, anche io mi sono tante volte lamentato con mia madre di vivere in un caos ordinato… ma alla fine aveva ragione lei).

  6. NeXuS scrive:

    P.S. Anche vado in sempre giro con un server SVN. Il problema e’ che spesso sta (per motivi che non mi va di elencare adesso) sulla stessa macchina su cui c’e’ la copia di lavoro… e poi io mi dimentio di sincronizzare i repository (bravo che sono, eh? :P )

  7. jp scrive:

    @Max: l’intento di quiesto post era ovviamente provocatorio. La paranoia è una patologia e non lo discuto. Però, entro certi limiti, il “non sentirsi a posto” e quindi il “fare le cose in un certo modo per sentirsi tranquilli” rientrano tanto nel concetto di paranoia (patologica) che in quello di fare le cose nel modo corretto. O sbaglio? :D

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