Premessa: mi rendo conto che ultimamente parlo più di lavoro che di programmazione in senso stretto. Tuttavia non posso esimermi dal commentare ciò che vedo quotidianamente (inclusi gli effetti della Crisi) e, nel limite delle mie modeste capacità ed esperienza, provare ad offrire qualche consiglio a chi legge ciò che scrivo. Se qualcuno si sentisse offeso da ciò che scrivo, porgo le mie scuse anticipate.
Quando ero ancora al liceo mi sono accorto di gradire molto il latino.
Mi piaceva davvero, tutto mi riusciva quasi naturale al punto che fino in terza superiore spesso leggevo e traducevo “all’impronta“. Avvicinandosi la maturità ho ovviamente riflettuto anche sul’opportunità di intraprendere un corso di laurea in lettere classiche.
Come però avrete notato, in seguito ho seguito un’altra strada…
Cronaca di una scelta dura ma meditata
Intorno ai 18 anni, senza una particolare pressione da parte degli insegnanti (e questo è un male: i ragazzi vanno messi di fronte al “cosa vuoi fare da grande” prima possibile perchè loro pensano ad altro!), mi son messo a riflettere seriamente su cosa mi piacesse davvero fare.
Alla fine della fiera, ho notato di avere due passioni sostanzialmente agli antipodi ma idempotenti: “computer” e latino (lo so, sono strano, ma non sarei io dopotutto, no?).
Mi sono chiesto, supponendo di non avere nè volere esprimere una preferenza netta (non ero certo di averla), quale delle due strade mi avrebbe permesso di realizzarmi e con quale probabilità di successo. All’epoca non avevo nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di abbandonare l’Italia per cui l’intero ragionamento era su scala rigorosamente nazionale.
Probabilmente sono stato fortunato: avevo ben due possibili strade davanti a me fra cui scegliere, ma sapevo altrettanto bene che intraprendendone una avrei escluso o limitato fortemente l’altra. Per cui non volevo nè potevo permettermi di sbagliare.
Penso che il ragionamento che ha portato alla mia scelta definitiva nel lontano 1998 – indovinate quale – valga allora come adesso:
“Scegli sulla base di quello che ti piace ma tieni conto anche del mercato!.”
Nonostante tutto, sono certo che avrei comunque scelto il computer perchè era una passione fortissima che mi trascinavo nel mio subconscio fin dalle elementari. Ma questa è un’altra storia…
Mai dimenticare il mercato del lavoro!
Quando sento in TV o nei film la frase “devi scegliere quello che ti piace e tirare avanti qualunque cosa capiti finchè non avrai il successo che meriti!” penso che sia davvero una frase toccante. Da Oscar. Degna del mondo delle fiabe.
Conosco gente che ha seguito questa filosofia ed ora non è affatto felice perchè per campare ha dovuto accettare di lavorare in un ambito che non sente nè sentirà mai come suo al 100%.
Al danno, la beffa: non ha trovato il suo lavoro ideale e ora si sente frustrata da uno che non le piace nè la soddisfa del tutto (può capitare in ogni momento a chiunque, ma in questo caso sto parlando espressamente di studenti in qualità di futuri lavoratori).
Una volta la pensavo molto diversamente ma ora sono dell’idea che sia inutile e crudele illudere le persone facendo credere loro che qualunque scelta sia una buona scelta (dal punto di vista del mercato del lavoro intendo).
Se il mercato del lavoro non offre opportunità in un dato ambito, perchè continuare a favorire questa futile credenza?
Conosco l’obiezione, almeno in ambito “culturale”: la “cultura già non tira in Italia” per cui introdurre ulteriori limitazioni (es: numero chiuso ristrettissimo in certe facoltà) significherebbe sacrificare la cultura sull’altare del mercato. Inoltre favorire le discipline più richieste dal mercato non significa fare del bene al Paese.
Questo genere di discorso è legittimo ma alla prova dei fatti non regge, purtroppo: se il Paese offre limitate possibilità in determinati campi, non mettere un tetto significa portare, nel peggiore dei casi, a situazioni di guerre fra poveri. D’altro canto dire “… e allora creiamo posti di lavoro d’ufficio!” in certi campi significa solamente farsi mantenere dallo Stato e di questi tempi non mi pare nemmeno il caso…
Sappiamo benissimo che l’Italia non sa valorizzare ambiti come quello culturale che ha prodotto in passato e continua a produrre. E’ un errore, certo, ma è anche un dato di fatto.
Nuovo studio pubblicato, nuova conferma
E’ uscito un bell’articolo sul sito di Repubblica, “Il lavoro più richiesto? L’infermiere
ma metà dei posti restano vacanti”, che riprende i risultati di “uno studio di Unioncamere presentato a Job&Orienta 2009, il salone nazionale dell’orientamento alla Fiera di Verona.“
Vi risparmio le solite positivissime note per il mercato scientifico-economico (diplomati inclusi) ma voglio citare un trafiletto che ritengo fondamentale per capire come gira il mondo:
“[...] Dall’altro canto, c’è invece un eccesso di offerta sul fronte delle discipline politico-sociali: Uniocamere valuta un’eccedenza di circa 15.000 laureati in scienza della comunicazione, scienze politiche e sociologia, e di circa 18.000 laureati in scienze umanistiche (in particolare il riferimento è a laureati in lettere, lingue e psicologia) in eccesso rispetto alle aspettative del mondo del lavoro. [...]“
Avete letto bene? Eccedenza significa che c’è poco o scarso interesse verso queste discipline in ambito lavorativo. Stando a quelle cifre significa che ci sono 33.000 persone che, volenti o nolenti, dovranno con tutta probabilità “accontentarsi” di svolgere lavori diversi da quelli in cui hanno studiato.
E qui, fuori l’ipocrisia! Sono 33.000 persone con qualifiche che al momento non servono al mercato e probabilmente al Paese.
Non sono persone inutili, sono piuttosto lavoratori qualificati per lavori non ancora esistenti (questo si chiama “indorare la pillola”, ma tant’è).
Probabilmente saranno anche lavoratori sfruttati in azienda (es: stagisti; cfr. bel post che tratta anche di questo tema) o accademicamente (es: costosissimi master che ufficialmente dovrebbero “distinguere i loro studenti dalla massa di laureati come loro”).
Una massa di giovani promesse che troveranno un mercato che non necessità delle loro capacità.
Pretendere non risolve nulla, mi spiace
E qui arriviamo ad un altro punto dolente, penso generalizzabile a qualunque laureato e così grossolanamente sintetizzabile:
“Siccome ho studiato $MATERIA, spendendoci tempo e fior di soldi, esigo di trovare un lavoro in questo ambito! Se non lo trovo, continuerò a cercarlo. E se non lo trovo è colpa dello Stato che non mi fa trovare un lavoro!”
Tutto ma non accettare di aver fatto una scelta rischiosa e pagarne le conseguenze. Tutto ma non rivedere umilmente la propria posizione e vedere se c’è modo per sviluppare altre passioni e/o cercare altri lavori in altri ambiti.
Sono convinto che finchè c’è vita ci sia speranza e, nel limite del possibile, sia possibile porre rimedio in qualche modo alle scelte passate, almeno in ambito lavorativo.
Tutto però sta nel volerlo, nell’accettarlo e nel sapersi reinventare.
Detesto le persone che dicono di “sapere fare solo una cosa” senza aver mai provato a fare qualcosa di diverso.
Certo, parlo da ex-liceale che successivamente ha preferito la tecnica alla cultura e che sul piano del mercato del lavoro ha azzeccato la mossa, per così dire.
Ma ben mi guardo dal dire, come ho sentito in giro, “buttatevi sulla scienza e sulla tecnica dimenticando il resto” (non lo considero un ragionamento intelligente) perchè ritengo la cultura importantissima per il Paese, almeno quanto il resto se non di più.
Inoltre ci sono molti altri ambiti che garantiscono un’onesta possibilità di futuro.
L’importante è scegliere per il proprio futuro in modo consapevole, guardando i dati veri. E con ciò mi riferisco anche al fatto che entrare in una facoltà a numero chiuso non implica una carriera garantita al termine degli studi.
Il mio consiglio, lo ribadisco, è scegliere informandosi per tempo di cosa vuole il mercato per poi valutare se è il caso di rischiare e in quale campo.
Studiare qualcosa con la certezza di non poterci ricavare nulla, nemmeno per sopravvivere, è un errore a prescindere dalla materia studiata.
Personalmente, non lo nascondo, sono stanco di sentire le lamentele di persone che sono in grado solo di lamentarsi del sistema per scelte che loro hanno compiuto deliberatamente e a dispetto dei molti avvertimenti che probabilmente avranno ricevuto…
Che ne pensate?
Ciau ^^
Condivido in pieno il tuo pensiero e chi mi conosce sa che lo rispetto da molto tempo ormai.
Sono un programmatore, non ho studiato a scuola per diventarlo, ho studiato ragioneria, non sono laureato ma sapevo che mi piaceva programmare e quindi ho iniziato a macinare manuali e libri.
Codice su codice per arrivare dove sono ora ma non è stato tutto rosa e fiori e quando c’è stato bisogno mi sono “reinventato” proprio come tu hai detto, ero in un’azienda di ingrosso cartoleria e dovevo curare tutto ciò che riguardava il web, dalle mie parti (in provincia di Caserta) manco sapevano cosa fosse, l’azienda stava andando male e tutti … sottolineo TUTTI … ci siam ritrovati a fare i magazzinieri, con turni di notte e tutto ciò che ne consegue … ed è stata una bella esperienza perchè ho imparato tantissime cose.
Logicamente poi (la chiamiamo fortuna???) ho finalmente trovato un lavoro che mi piaceva (e che faccio tutt’ora) ma mi son sempre reinventato
Anzi in questo periodo mi sto “atteggiando” a boss di un servizio mega blasonato
Complimenti per il post guagliò
“Sapere fare bene una cosa” è bellissimo, ma oggi come non mai ci sono tante opportunità per applicare quella cosa in molti, molti ambiti. Occorre immaginazione, intraprendenza e un pizzico di follia ma i risultati possono essere eccezionali ..
@capobecchino: premetto che come ho detto e ripeto “per fare il programmatore non serve necessariamente una laurea“. Aiuta in determinate situazioni, certo, ma non è fondamentale (e aggiungo: per fortuna).
Quello che mi fa davvero arrabbiare, però, è chi invece non vuole cambiare e, anzi, non ammette nemmeno la possibilità di dover cambiare. Esige un lavoro come vuole lui perchè “ha pagato gli stipendi ai prof ossia allo Stato e ora lo Stato deve ricambiargli il favore”.
Sempre parlando senza ipocrisia, se uno intraprende una certa scuola o università che non garantisce un futuro decente, lo sa benissimo di compiere una scelta rischiosa perchè non ci credo che nessuno lo abbia avvertito/scoraggiato anzitempo (genitori, amici, insegnanti stessi, chi-ti-vuole-bene, …).
Nel tuo caso, il tuo grandioso lavoro su Meemi è la riprova che la volontà paga.
@minddriven: hai ragione, ma un conto è rischiare sapendo di avere delle chance, un conto è combattere contro i mulini a vento…
Grazie a entrambi per essere passati! ^^
Faccio finta di essere il software di vincenzodb e dico:
cari visitatori di questo bel blog, vedete anche il seguente indirizzo per ulteriori commenti.
http://meemi.com/gpghilardi/500405
Comunque bel post, a prescindere dalle posizioni, pone molti temi di discussione e quindi è interessante
Davvero un articolo interessante. E credo … anzi … ne son certo che hai ragione!
In Italia viviamo una realta’ non bella (in ambito lavorativo) e se si sceglie la strada “sbagliata” e’ la fine.
“Reinventarsi” … si … e’ doveroso.
secondo me possiamo ancora “dire tantissime cose” anche se siamo in Italia e far capire a chi “comanda” o chi dovrebbe fornirci il lavoro che sogniamo, “signori cari noi siam qui e lavoriamo lo stesso, andiamo avanti per inseguire i nostri sogni, però voi dovete andare a casa” … avere questo coraggio è dura ma secondo me è indispensabile
@ilmacaco: LOOOOL!
@fmonaca: credo che la parola “fine” molta gente se la metta da sola. Certo è che più di va avanti negli anni e più diventa complicato cambiare strada…
@capobecchino: basterebbe che la gente che ora si lamenta si ricordasse al momento del voto chi li ha delusi (tutti?) e chi merita un incoraggiamento (ahahahah)… Ma, si sa, la memoria è corta…
Ciau & grazie a tutti per essere passati! ^^
Ehehehe, bel post, sono daccordo su tutto, io ho sempre lavorato, da quando nel luglio del 1998 ho finito scuola ad agosto già ero in cantiere e da quel giorno non ho mai smesso passando da muratore, operaio , ferraiolo, magazziniere, falegname allestitore di imbarcazioni….fino al 19/09/2009 che mi hanno lascaito a casa….dopo 3 mesi di cassa intergrazione forzata….
Purtroppo reinventarsi è facile da dire …io so fare un po’ di tutto ma non sono qualificato in niente…Domani inizierò a lavorare nei cantieri della metropolitana di torino (non so come, per quanto ecc) mi hanno detto vieni e domani vado…ho lavorato 6 mesi senza prendere lo stipendio e spero che questi giorni che lavorerò me li paghino (ormai non sono più sicuro neanche di quello!) ma provo, perchè ormai non ho più soldi per niente…(per fortuna la mia ragazza porta a casa qualcosina ma i soldi anche nel suo conto (nonostante lo stipendio) si sono dimezzati e continuano a diminuire!!!
Semplicemente in Italia, vogliono schiavi manovali giovanie forti da non pagare…. e NOI muoriamo!!!!
@Daniele_veggyver: visto ciò che dici probabilmente non sono la persona più adatta per parlare però, vedendo quello che ho visto sin qui, la possibilità di cambiare c’è.
Ho visto gente reinventarsi da zero in situazioni non troppo diverse dalla tua (con sacrifici enormi), per questo so che ce la si può fare.
Non conosco la tua situazione ma sono certo che tu, come tutti, abbia potenzialità e passioni inespresse. Ora ti sembrerò sciocco, ma hai provato a scrivere il tuo CV e leggerlo ad alta voce per vedere chi sei davvero? Di solito è il Punto di partenza… Se ti serve, sono qui.
Quanto allo sfruttamento non ho nulla da dire. L’avidità (di qualcuno) uccide.
Ciau!
Purtoppo, idee ne ho una marea, progetti pure, e lavori che mi piacciono anche, ho anche studiato per conto mio alcune cose…il problema che NON POSSO PRETENDERE come dici tu di avere un lavoro dall’oggi al domani!
Il problema è che per ora devo abbandonare il tutto a favore di un lavoro come manovale sperando che mi porti un po’ di pane sulla tavola!!!
Per il resto penso che hai ragione su quello che scrivi e che molti diplomati o laureati pretendano di fare i lavoro per cui ha studiato…ma non sempre è possibile!
Inolter come tu stesso dici più pasano gli anni e più si fa fatica a reinventarsi…soprattutto se intanto devi sopravvivere!!!
Quindi io sono contro chi lamenta di non trovare un buon posto di lavoro appena uscito dagli studi ma allo stesso tempo sono dalla parte di chi si lamenta che il suo lavoro non piace oppure come me che avevo un lavoro che mi piaceva e l’azienda ha chiuso!!!!
Hai detto bene “per ora”.
Come ho già detto ho visto persone rinascere, sacrificando i pochi attimi liberi (ne ricordo uno che ha mollato tutto di colpo) per migliorarsi e cambiare lavoro. Alcuni ci sono riusciti.
Ti auguro di cuore di trovare un lavoro stabile. Di questi tempi è già una base per pensare al futuro (incluso cambiare in cerca di qualcosa di migliore, se vorrai).