Posted in novembre 2010

Sulla “Second-System Syndrome”…

Esiste una specie di fissazione nel mondo dello sviluppo secondo cui raggiunta la versione 1.0 è bene puntare immediatamente alla major release successiva. O a saltare direttamente alla 2.0.

Ciò può avvenire perchè la versione 1.0 di un programma non sempre riesce bene e non sempre viene neppure rilasciata (anche se c’è chi dice che dice che è meglio farlo comunque).

Si sprecano le affermazioni sul genere:

Per ora questa cosa la lasciamo così. Sistemeremo nella versione 2.0 o successiva.

In alternativa – e si spera che le cose vadano sempre così – la prima versione ha avuto successo e si mette in cantiere la successiva, pensata per essere migliore e molto più completa della 1.0 sotto tutti i punti di vista.

E qui iniziano i problemi.

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La supremazia del frontend…

Uno dei primi fatti di vita che si imparano programmando è che non tutte le mansioni sono equivalenti e, di conseguenza, “pagano” in modo differente.

Non mi riferisco ai linguaggi da utilizzare, agli algoritmi da sviluppare, alla difficoltà intrinseca di certi task. Mi riferisco al grado di visibilità che ogni lavoro offre rispetto a quanto viene prodotto.

Premessa: l’intento di questo post – e del suo titolo – è ovviamente provocatorio e va considerato come tale.

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Università: non è solo passare esami!

Recentemente ho avuto l’ennesimo “confronto di idee” sull’Università in quanto tale.

Ebbene, sia messo a verbale, inizio a stancarmi dei soliti discorsi triti e ritriti sul valore squisitamente pratico dell’Università, inteso come conoscenze (o non-conoscenze) direttamente applicabili nel mondo del lavoro.

L’Università offre anche altro, ad esempio capacità extra molto importanti e di cui non si parla quasi mai. Mi riferisco a qualcosa che, secondo il mio modesto parere, viene sistematicamente ignorato – o passa in secondo piano – ed invece fa veramente la differenza nella vita.

Perfino e soprattutto nel mondo del lavoro.

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Sulla sindrome da “La fuga di Logan” nel mondo della programmazione…

Sarà che ho raggiunto da poco la soglia psicologica dei trentanni, sarà la congiuntura economica non ancora superata del tutto, ma di tanto in tanto mi interrogo su un fatto abbastanza sorprendente: conosco tanti sviluppatori/programmatori ma se li suddivido per fasce d’età, quelli sopra i 40 anni sono relativamente pochi rispetto alla massa. Sopra i 50, ancora meno.

Pensavo fosse solamente una mia stupida paranoia finchè non ho trovato un bel post su Slashdot intitolato ““Logan’s Run” Syndrome In Programming” che ha avvalorato i miei sospetti.

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Il costo dei “context switch” lavorativi…

Sempre più spesso mi trovo a discutere con amici e conoscenti di lavoro e della relativa organizzazione.

Un punto che trovo estremamente importante e quasi mai affrontato debitamente sono i tempi di “context switch” lavorativi.

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