Università: non è solo passare esami!

Recentemente ho avuto l’ennesimo “confronto di idee” sull’Università in quanto tale.

Ebbene, sia messo a verbale, inizio a stancarmi dei soliti discorsi triti e ritriti sul valore squisitamente pratico dell’Università, inteso come conoscenze (o non-conoscenze) direttamente applicabili nel mondo del lavoro.

L’Università offre anche altro, ad esempio capacità extra molto importanti e di cui non si parla quasi mai. Mi riferisco a qualcosa che, secondo il mio modesto parere, viene sistematicamente ignorato – o passa in secondo piano – ed invece fa veramente la differenza nella vita.

Perfino e soprattutto nel mondo del lavoro.

Università e capacità “extra”

Come al solito voglio ribadire che non sono un guru e tutto quanto riporterò qui non è un modo per farmi dire “che bravo“, ma solo un esempio di quanto l’Università offre concretamente in più rispetto alle “semplici” nozioni.

Parlerò di “skill” facilmente ottenibili in quel contesto, per quanto spesso opzionali e “collaterali” all’attività di studio: gli studenti normalmente risultano esposti ad un vasto numero di attività e materie dai quali imparare in senso pieno.

Preciso che l’università non ne è l’unica depositaria di tutto ciò: chiunque può imparare qualunque cosa, anche da solo, da autodidatta. Tanto di cappello a chi ci riesce e per giunta con le sue sole forze.

Presenterò 6 “skill”, tratte dalla mia personale esperienza. Inoltre, recuperando lo spirito di un mio vecchio post, fornirò alcune indicazioni/consigli agli attuali universitari, a qualunque facoltà essi appartegano.

Sono certo che altre persone avranno acquisito altre capacità in e grazie all’Università (ad esempio durante periodi di studio all’estero, tipo “Erasmus“): le invito a discuterne qui o altrove, in modo da smontare quella nomea di “inutilità” che affligge questa istituzione formativa.

1. Crearsi contatti

Indubbio che basti uscire di casa e gridare a squarciagola in una piazza per far sì di attirare l’attenzione oppure frequentare gruppi e associazioni che trattano temi che ci interessano per creare nuovi contatti. Il lavoro è una fonte tanto comune quanto importante di contatti e le nuove tecnologie, Internet su tutte, hanno reso le cose ancora più facili.

Tuttavia si dice che i contatti creati in Università siano “buoni” e spesso lo sono davvero, anche in chiave lavorativa. Questo è un fatto che si nota nel tempo, quando serve qualcosa di particolare e ci si ricorda che c’era “quel mio compagno di Università che…” Non a caso il nostro prof. Degli Antoni (GdA) era solito ripeterci che l’”l’università non è fatta per studiare ma per conoscere gente!“: più passa il tempo e più devo dargli atto di aver ragione.

Consiglio agli universitari: non correte come dei pazzi per finire l’Università salvo poi scoprire, anni dopo, di non ricordare (e non essere ricordati da) nessuno. I “network di conoscenze” sono fondamentali e l’Università è un ottimo luogo per svilupparne.

2. Organizzazione individuale

Questo è un aspetto curioso perchè si suppone che l’Università non serva più di tanto o non sia così determinante.

Invece temo che non sia affatto così. Chi non l’ha mai frequentata non può capire le drastiche conseguenze nel passaggio dalle superiori all’Università: da un modello scolastico, che prevede un’autorità (il prof.) che organizza le conoscenze per gli studenti e le richiede in modo costante (es: verifiche e compiti in classe), ad un modello accademico in cui bisogna organizzarsi e studiare in modo più o meno autonomo per superare una miriade di esami.

E’ davvero un salto nel vuoto notevole per una “matricola“. Ho perso il conto delle persone veramente in gamba alle superiori che si sono trovate male all’Università, non riuscendo a (ri)abituarsi all’idea di dover fare le cose senza qualcuno che soffiava loro sul collo, senza il prof. di turno che “pretendeva” qualcosa.

All’Università si è davvero un numero e basta? Sì, è così. Se ci si accontenta di esserlo e in virtù di questa assunzione non si fa nulla per provare a cambiare questa situazione. Poi, ovviamente, conta molto anche il “posto”, ossia la facoltà specifica in cui si studia (grazie ai commentatori per l’hint).

Consiglio agli universitari: i primi 6/12 mesi di Università sono fondamentali tanto per capire se l’Università in sè è la strada giusta per noi ed eventualmente per cambiare facoltà. Personalmente – non finirò mai di dirlo – a meno di aver sbagliato totalmente facoltà, consiglio di terminare almeno un anno prima di decidere. 1 o 2 mesi di solito non bastano per prendere una decisione lucida e definitiva. Frequentare l’Università significa dover trovare il proprio personalissimo modello organizzativo per far marciare le cose.

3. Presentazioni in pubblico

Molti studenti laureandi arrivano alla presentazione della loro tesi da “prima volta“. Presentare davanti al pubblico è una “skill” notevolissima e tante persone arrivano a quell’importante meta della laurea con l’angoscia e terrore di dover parlare in pubblico.

Questa è un’idiozia pura dal mio punto di vista.

Uso questo termine in senso volutamente provocatorio perchè non credo ci sia un posto migliore dell’Università, ricca di seminari, convegni, giornate accademiche, … per cominciare a farsi le ossa. Certo, nessuno impone ad una persona di dover diventare per forza uno speaker professionista, ma si tratta pur sempre di una capacità utilissima nel mondo del lavoro e non solo. Anche solamente per far valere il proprio punto di vista ed il proprio lavoro di fronte ad una platea più vasta della semplice cerchia dei propri colleghi “limitrofi“.

Nel mio caso, fortuna ha voluto che frequentando il laboratorio Wiener nella mia facoltà (ma anche gli altri, chi più chi meno: Weblab, Turing, Shannon e LAE) abbia avuto la possibilità di imparare molto sotto questo aspetto: non so quante tesi ho ascoltato e quante presentazioni di tesi ho letto prima che toccasse a me. Idem per le prove di presentazione: quando si laureava uno di noi, era tutto sommato normale andare a sentirlo “provare” e quindi, anche solo per inerzia, qualcosa lo si imparava. Questo tanto per la parte “come scrivere delle slide?” che per la parte “come le espongo?“.

A fianco di ciò ho avuto la follia, tipica dei “gggiovani“, di partecipare alla “community” che seguiva il progetto per cluster OpenSource openMosix, partecipazione che mi ha fruttato prima una presentazione in italiano al CINECA di Bologna (a 21 anni) ed una in inglese al FOSDEM 2004 a Bruxelles in Belgio (a 24 anni). Ho detto “follia” perchè tutto dentro di me remava contro, tutto mi diceva “Chi te lo fa fare? E sei fai una brutta figura? In inglese poi?“. Alla fine ho rischiato e non credo di aver fatto così pena come temevo, anzi.

Non mi sento “figo” per esserci riuscito: il mondo è pieno di gente che presenta da quando è nata e probabilmente io ero perfino in ritardo sui tempi rispetto a molte altre persone. Sfortunatamente il saper presentare significa metterci la faccia ed è una capacità che va continuamente allenata. Suppongo che non debba nemmeno descrivervi quanto conti saper presentare qualcosa al giorno d’oggi. Mr Jobs anyone?

Consiglio agli universitari: non arrivate alla tesi di laurea senza aver mai presentato nemmeno uno spillo in precedenza. In ogni caso, meglio sperimentare e superare la “paura da presentazione in pubblico” quando si è l’Università, un ambiente tutto sommato confortevole, adatto e “protetto”, che non trovarsi a doverlo fare poi sul posto di lavoro. Approfittate di ogni occasione che vi verrà offerta e, nel limite del possibile, createla voi stessi!

4. Insegnamento

Questo è un altro punto curioso perchè si suppone che all’Università i prof. insegnino e gli studenti studino, imparino e passino esami. Tuttavia, sarà stata la mia facoltà non lo so, io e molti dei miei compari di laboratorio abbiamo sperimentato l’insegnamento lato-docenza prima ancora di laurearci formalmente.

Ad esempio ho aiutato, in qualità codocente, diversi prof. nei corsi organizzati nel Fondo Sociale Europeo (FSE), tenendo anche lezioni intere su Linux in classi di 20-30 persone. Durante le prime lezioni, confesso, la parola mi tremava un po’, ma poi la paura è passata in fretta. Anzi, ho ricevuto molti consigli utili dai docenti di cui ero supporto, ho imparato a gestire una classe (c’erano molte lezioni di laboratorio), capire come muovermi e come provare a mantenere interessate e attente le persone, …

Nel limite del possibile questa è una “skill” che vale oro, indipendentemente dal fatto che poi non ne abbia fatto il mio lavoro. Non a caso, avendone necessità, in seguito ho ottenuto facilmente un lavoro di formatore in un’azienda privata, perchè potevo dimostrare di aver già insegnato.

Consiglio agli universitari: buttatevi. Se vi capitasse l’occasione di insegnare (anche come sotto-sotto-sotto-assistente di un assistente prof.), coglietela al volo. Anche se non brillerete (subito), non preoccupatevi: a prescindere dai risultati guadagnerete una competenza estremamente utile.

5. Organizzazione di eventi

Anche questa è una competenza che ho sviluppato da semplice imberbe studentello.

Probabilmente il tutto nasce dal fatto che dove ho studiato, a Crema, c’è anche la sede del LUG locale, Luganega/Filibusta. Per cui la cosa, per uno che segue un LUG, significa innanzitutto Linux Day.

Da membro ho avuto il piacere ed il privilegio di poter aiutare ad organizzarne diversi e, contestualmente, imparare cosa significa concretamente farlo. In un certo senso sono perfino “cresciuto” nel tempo: da semplice aiutante sono finito nel corso degli anni nel comitato degli organizzatori. La leggenda narra che ad un certo punto mi/ci sia stata trasferita la responsabilità di perpetuare l’organizzazione del Linux Day dai precedenti guru che, avendo concluso gli studi, ora facevano ritorno stabile a casa. Ma non mi sono, non ci siamo fermati solo al Linux Day: abbiamo organizzato altre giornate su altre tematiche. Il bello è che non solo organizzavamo, ma eravamo anche speaker per cui il lavoro era doppio.

Cosa significa saper organizzare un evento? Significa imparare a contattare e gestire speaker e pubblico, pensare alla scaletta, ottenere spazi ed autorizzazioni, seguire tutti gli aspetti tecnici, combattere contro gli inconvenienti, … Eccetera, eccetera.

Per quanto mi riguarda, il vero salto di qualità l’ho personalmente avvertito quando siamo passati dai seminari di una sola giornata come il Linux Day appunto (una sorta di single-shot) a dei veri e propri corsi da studenti per studenti come ad esempio quello su LyX/LaTeX che ricalcava, almeno negli intenti, l’esperienza dei corsi FSE a cui avevamo partecipato, prima come studenti e poi come codocenti. Fantastico poter sperimentare dal vivo e senza rete di protezione quanto si è imparato.

Consiglio agli universitari: organizzare gli eventi significa esporsi, trattare, scendere a compromessi, arrabbiarsi, trovare soluzioni in tempi brevi, organizzare ogni cosa e seguirlo fin nei minimi insignificanti dettagli, … E’ una competenza semplicemente devastante (in senso positivo) nella vita di ogni giorno, lavoro incluso.

6. Autogestione

Questo invece è qualcosa di apparentemente ridicolo da dire e merita una spiegazione precisa. Non mi sto riferendo a quei periodi ciclici di “autogestione” tipici delle superiori, in cui gli studenti “occupano” le scuole e “scioperano” dallo studio.

Mi riferisco al fatto che dove ho studiato all’epoca pressochè tutti laboratori erano degli studenti per gli studenti. Ognuno aveva di certo dei prof. di riferimento ma, nel limite del buon senso, erano gestiti dagli stessi studenti. La leggenda narra che sia stato nuovamente GdA ad imporre questa filosofia di utilizzo, a mio modo di vedere tutt’altro che disprezzabile.

Il risultato erano laboratori formalmente soggetti ai docenti, ma nella pratica autogestiti dagli studenti. E funzionavano bene perchè ci era stata data una responsabilità e noi facevamo in modo che nessuno si dovesse mai pentire di questa concessione. Ricordo il rifare le macchine quando avevano problemi, ricordo le discussioni sul funzionamento del lab., ricordo la gestione delle risorse (plotter e soprattutto la gloriosa stampante Lanier laser a colori), ricordo le iniziative iniziate lì dentro, ricordo perfino di aver fatto le “pulizie di primavera” almeno un paio di volte. Credo di poter dire che il WienerLab è stata una seconda casa per me e credo che molte altre persone condivideranno questa affermazione.

Tutto ciò, nuovamente, non per dire “vedete quanto siamo fighi?“, ma piuttosto per far capire che non tutti gli studenti (e i giovani per estensione) sono irresponsabili, pasticcioni, sistematicamente cialtroni. Dando loro fiducia, qualche volta ci si azzecca.

Consiglio agli universitari: non abbiate paura ad assumervi responsabilità, perfino quando si tratta di gestire risorse più o meno costose in prima persona. Non rifiutate le eventuali “aperture di credito” che riceverete e fate in modo che nessuno debba ritornare sui suoi passi a causa del vostro comportamento.

Conclusioni

Devo ammettere di aver imparato molte cose durante la mia lunga permanenza all’Università: ho già ringraziato e ringrazio nuovamente tutte le persone che mi hanno aiutato a crescere. Solo ora, con qualche anno di età, mi accorgo di quanto ho davvero ricevuto e spero di poter restituire il favore aiutando altre persone, a mia volta.

Perchè dopotutto vale la regola, in pieno stile FOSS, del:

Tanto ti è stato dato, tanto e più dovrai restituire.

Che ne pensate?

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8 thoughts on “Università: non è solo passare esami!

  1. Fabrizio "fdicarlo" Di Carlo scrive:

    Bellissimo articolo e da universitario ti dico:
    - sul 1° punto ti dò ragione, molto dipende anche dalla persona ma sicuramente l’università è ottima per creare e sviluppare contatti (perchè i contatti non vanno solo creati ma anche fatti crescere);
    - gli altri punti sono più o meno collegati e li condivido in toto, vivere l’università e non solo frequentarla (sarebbe bella proprio l’idea di campus purtroppo inesistente qui) è un’opportunità di crescita notevole

  2. [...] Articolo Originale:  Università: non è solo passare esami! « JP's Web Place Articoli correlati: Università: anche i professori si schierano contro la riforma [...]

  3. jp scrive:

    @fdicarlo: è vero. Dal primo punto si arriva tranquillamente a tutti gli altri. Grazie per la precisazione, molto importante (e per essere passato). ^^

  4. recenso scrive:

    Io invece tutte queste cose non le ho potute fare 1) perché da me tutta questa apertura ed eventi non c’erano, al max potevi fare richiesta di lavoro part time in biblioteca, secondo perché prima ho dovuto crescere figli di qualcun altro 24/24 e chi è diventato genitore presto sa quanto è difficile coniugare le due cose soprattutto con bimbi piccoli, secondo perché ho avuto seri problemi di salute che m’hanno innchiodata a casa, quindi ho imparato per trarre il max dalla Uni bisogna prima averne una che dà le occasioni, secondo una famiglia che ti lascia studiare, terzo fortuna che non ti capitino cose brutte.
    Quindi sono tra quelli che queste cose le hanno dovute imparare direttamente al lavoro.

  5. contezero74 scrive:

    Come ti avevo già detto su Meemi: questa volta ti quoto in pieno… ma devi anche considerare come ti ha detto @recenso che su questo lato Crema era (ed è) ancora un’isola felice soprattutto a causa del fatto che è un piccolo dipartimento con un ottimo rapporto docenti/studenti. In altre realtà non troppo lontane (geograficamente) le possibilità sono molto più limitate, te lo garantisco per esperienza personale ;)

    cheers :)

  6. jp scrive:

    @recenso: è indubbio che abbia avuto molta fortuna, soprattutto a livello umano (conoscenze/contatti) e nel fatto che la facoltà dove ho studiato in qualche modo favorisse questo tipo di opportunità. I tre punti che dici valgono ma ne aggiungo uno altrettanto importante: volontà nell’accettare le opportunità. Tutte le 6 “capacità” di cui parlo nel post erano rigorosamente opzionali e non tutti erano interessati alla cosa. Ad esempio non ho fatto alcun periodo in Erasmus e probabilmente è stato uno sbaglio.

    Sull’aspetto salute, ovviamente hai ragione e non ho nulla da eccepire. Se manca quella, si parte col freno a mano tirato e le gomme bucate…

    @contezero74: vero! Una facoltà relativamente piccola come Crema credo favorisca (o non scoraggi a causa dei numeri in ballo) una serie di cose che altrove non è possibile.

    Ricordo quando sono andato in visita in un’altra Università più grande (di cui ometto il nome per evitare flame) e vedendo come erano organizzati i laboratori ho avuto l’ardire di chiedere ad un prof. se e dove fossero gli studenti. Il suo sguardo fra il torvo e lo stupito mi son bastati e non ho chiesto oltre.

    Ciau & grazie di essere passati!

  7. zenofobia scrive:

    Bel post! Siamo stati fortunati. :-)

  8. jp scrive:

    Zeno: vero! Lo siamo stati. Per inciso, non ho messo nomi solo per non passare per leccapiedi, però un grazie faraonico lo devo anche a te eh… :D

    Grazie di essere passato! Ciau! :D

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