Sull’apatia: bystander effect, algoritmo dello struzzo, ecc…

Di tanto in tanto capita di dover accettare decisioni altrui e di cui si conosce già anzitempo l’esito negativo: si accetta lo status quo per evitare problemi di qualunque tipo.

Tuttavia c’è di peggio: accettare qualcosa o non reagire affatto, che poi è la stessa cosa, a qualcosa di negativo che accade accanto a noi.

Si chiama apatia e si manifesta in molte forme. Una forma abbastanza comune è quella che gli anglofili chiamano “bystander effect” e che Wikipedia definisce così:

“The ‘bystander effect’ or ‘Genovese syndrome’ is a social psychological phenomenon that refers to cases where individuals do not offer any means of help in an emergency situation to the victim when other people are present.

The probability of help has in the past been thought to be inversely related to the number of bystanders; in other words, the greater the number of bystanders, the less likely it is that any one of them will help.”

Non immischiarsi, evitare di finire invischiati. Non a caso viene definita come l’opposto della parabola del Buon Samaritano.

Ignorare i problemi?

Non sono uno psicologo nè mi voglio affaccendare in faccende che non mi competono ma ciò non implica che questo “effetto” non si manifesti anche nel mio mondo, quello dello sviluppo.

Non mi stupisco quindi nel vedermelo indicato fra gli antipattern, quelli relativi alla fase di analisi:

Bystander apathy: When a requirement or design decision is wrong, but the people who notice this do nothing because it affects a larger number of people.

Sostanzialmente è sapere che le cose andranno male ma scegliere di lavarsene le mani bellamente oppure “delegare” a qualcun altro dei presenti l’ardua incombenza.

Credo sia facilmente intuibile cosa significa portare avanti questo tipo di atteggiamento in un momento così critico come è quello che precede lo sviluppo vero e proprio. Significa rischiare consapevolmente di arrivare a design scadenti, deficitari, incompleti o non conformi alle vere necessità del cliente, fulcro di ogni progetto.

E’ quel “consapevolmente” la parte fastidiosa del discorso perchè significa accettare la cosa quale che fosse una strategia.

Si sceglie di ignorare eventuali, probabili problemi.

L’apatia non è mai una soluzione

Non sono sicuro che l’apatia, il non muoversi sia una soluzione accettabile. O, se preferite, sono certo che esista sempre una soluzione migliore per quanto essa richieda un intervento in prima persona, quindi un certo dispendio di energia, e possa dimostrarsi rischiosa.

Invece sono del tutto certo che l’apatia non sia una soluzione quando si conosce non una soluzione qualunque, ma quella ottimale. Quanto odio sentirmi dire “nessuno me lo ha chiesto” come scusa per non aver parlato a tempo debito. GRRRR!!!

Probabilmente a questo punto qualcuno mi farà notare che uno dei miei guru preferiti, Tanenbaum, nel suo libro sui sistemi operativi definisce il non far nulla, il cosiddetto “algoritmo dello struzzo” come una soluzione accettabile.

Può essere vero, ma questa “strategia” è indicata per eventi che si verificano in modo estremamente raro (Tanenbaum cita questo “algoritmo” quando parla dei deadlock). Da Wikipedia:

“In computer science, the ostrich algorithm is a strategy of ignoring potential problems on the basis that they may be exceedingly rare – “to stick your head in the sand and pretend that there is no problem”. This assumes that it is more cost-effective to allow the problem to occur than to attempt its prevention.

This approach may be used in dealing with deadlocks in concurrent programming if deadlocks are believed to be very rare, and if the cost of detection or prevention is high.”

Per capirci: se un dato problema può verificarsi una volta all’anno e non causa danni gravi ed irreversibili, risolvere quel problema a tutti i costi, per quanto corretto sotto il profilo della qualità, può diventare materialmente antieconomico.

Come si può facilmente notare, questa tecnica del “non far nulla perchè sostanzialmente irrilevante” è ben diversa dalla “bystander apathy” nè la prima può essere vista come un sottocaso della seconda. La seconda è ben peggiore, fuor di dubbio.

Francamente la ritengo sbagliata – usata come scusa – a prescindere dal numero delle persone coinvolte anche perchè, è certo, fra l’interesse nostro e quello di più persone, di solito tendiamo a prediligere il nostro. Cioè il fatto di non agire perchè ci sono di mezzo svariate persone spesso è l’ennesima scusa per non dire che, per pura coincidenza, il nostro interesse collima con quello dei più. Allora, per “spirito nobile“, taciamo. “Sì sì, come no…“.

Di certo l’apatia si regge anche sulla capacità del singolo di raccontare favolette plausibili. E non.

Che ne pensate?

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12 thoughts on “Sull’apatia: bystander effect, algoritmo dello struzzo, ecc…

  1. Andrea Richetta scrive:

    l’apatia è sempre negativa, in qualsiasi momento ed in qualsiasi ambito, lavorativo e non.

    vista come algoritmo dello struzzo è comprensibile (il non fare nulla è meno oneroso del fare qualcosa).

  2. [...] This post was mentioned on Twitter by Stefano Castelvetri, Gian Paolo Ghilardi. Gian Paolo Ghilardi said: Sull'apatia: bystander effect, algoritmo dello struzzo, ecc… http://wp.me/p9z1q-2sn [...]

  3. jp scrive:

    @Andrea: già. Come ho detto, pPersonalmente odio di più le scuse per giustificarla che l’apatia in sè… Anche perchè se devi rendere conto della tua apatia significa già che già in partenza non era una soluzione ammissibile. No?

    Ciao & grazie di essere passato!

  4. recenso scrive:

    Sono d’accordo, l’apatia è una brutta cosa e non solo nel settore della programmazione ma anche in altri ambiti :)

  5. JustB scrive:

    Mi è capitato di vivere in prima persona gli effetti di questo comportamento odioso.
    Progetto per un esame, consegno la relazione ed il codice al prof. Il giorno dopo io e il mio compagno di gruppo ripetiamo per prepararci all’orale.
    Faccio partire il programma, metto un input, e il programma fallisce miseramente.
    Sento lui che fa: “Ah, ma lo fa ancora?”
    Io, modello Cerbero dopo che il diavolo gli ha pestato la coda gli faccio: “TUUUUU!! Lo sapevi e non hai fatto niente?”
    Risposta: “E ho pensato che nessuno avrebbe mai messo quell’input”.
    Meno male che poi non ci furono conseguenze :D

    In generale, comunque è un comportamento che non concepisco.

  6. jp scrive:

    @recenso: eh già, è ubiquamente diffusa… -.-’

    @JustB: l’apatia è una forma di pigrizia subdola. Non fosse che subirne gli effetti è estremamente fastidioso, sarebbe anche divertente sentire le scuse dell’apatico di turno, normalmente molto fantasiose ed originali… :D

    Ciao & grazie di essere passati! :D

  7. Leonardo Leiva scrive:

    Parlo da non-programmatore ma da Coach.

    Nell’algoritmo dello struzzo non vedo una vera e propria apatia. Piuttosto, vedo una decisione, ponderata, forse discutibile, ma pur sempre una decisione. Quindi un’azione.

    Nell’apatia c’è invece una non-decisione, quindi una non-azione, ed è questo a renderla infruttifera quanto pericolosa.

  8. jp scrive:

    @Leonardo: vero, infatti ho parlato di differenze con altri tipi di apatia come, ad esempio, il “bystander effect” e con la pigrizia vera e propria. Un conto è non muoversi perchè non lo si ritiene vantaggioso, un conto è non muoversi affatto perchè non si vuole scegliere nulla.

    Ciao & grazie di essere passato! ^^

  9. Stefano scrive:

    Ciao JP.

    Sono d’accordo sul fatto che l’algoritmo dello struzzo sia una decisione ponderata in termini di costi/benefici.

    Ti segnalo anche che, quando l’apatia si eleva a ‘cultura aziendale’, i pochi tecnici che sollevano obiezioni di qualche tipo diventano spesso vittime di un “effetto Cassandra”, finendo isolati e ignorati dal resto del team in quanto portatori di ‘sventura’ e ‘cattive notizie’.

  10. jp scrive:

    @Stefano: concordo in pieno! Conosco bene le conseguenze di quell’effetto… ^^’

    Ciao & grazie di essere passato!

  11. Joel scrive:

    Personalmente uso la tattica del finto apatico quando mi richiedono minuzie che vanno inevitabilmente a finire molto in fondo alla coda della “TO DO”. Liquido la cosa con un “uhm si, si può vedere, poi se ne parla”.

    Ma arriva sempre il momento in cui tocca anche a loro, giusto ieri ho aggiunto una piccola feature che mi aveva chiesto un collega un anno fa. Era veramente una boiata, richiesta per questioni di comodità, quindi l’apatia è stata mooooolto lunga :P

    Per quanto riguarda l’apatia intesa più come il “sapere e non fare” seguo abbastanza la logica di Tanenbaum, rimandando simili problemini ai rari momenti in cui non ho niente da fare. Ma se il problema è reale pianto in asso qualsiasi cosa io stia facendo e mi applico fino a quando il problema non è risolto. Sono tremendamente ansioso per quanto riguarda gli errori in produzione.

    Bell’articolo ;-)

  12. jp scrive:

    @Joel: anche io per gli errori in produzione, sopratutto quelli che si qualificano come minimamente importanti..

    Ciao & grazie di essere passato! ^^

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