Ognuno ha il diritto e forse il dovere di piangere chi gli è stato a cuore, chi gli ha dato qualcosa in qualche modo.
Ricordo con tristezza quando nel 2002 apparve la notizia su Slashdot della morte di Dijkstra. Ai più il suo nome non dirà nulla, ma non a chi ha studiato algoritmi.
Non so chi fosse davvero – a quanto pare, neanche lui passava sempre per un simpaticone – però durante gli studi ne avevo visto e apprezzato l’opera, per cui ero felice di “averlo conosciuto“, seppur in modo effimero e mediato.
Potrei proseguire a lungo negli esempi (es: Ritchie, uno dei padri del C, scomparso l’altroieri e Petri, inventore delle reti che portano il suo nome), ma il punto chiave è che capisco perfettamente e non sottovaluto affermazioni come:
“Jobs ha cambiato la mia vita!“
Soprattutto se queste affermazioni provengono da persone che sono riuscite ad affacciarsi ed a destreggiarsi finalmente nel mondo informatico attraverso i prodotti di Apple.
Quello che però non mi piace troppo – eufemismo – è la sistematica santificazione o condanna mediatica del defunto Jobs.
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