È da quando sono bambino che in casa mia sento ripetere questo genere di discorso:
“Esiste una differenza sostanziale fra il modo con cui ci hanno copiato il ‘made in Italy’. Prendi i cinesi: loro ci copiano e basta, puntano all’imitazione e la qualità non è così importante. I giapponesi invece copiano per migliorare.”
Ora, questa frase ha almeno ventanni, nel senso che risale al periodo in cui mio papà lavorava per una celebre (allora) ditta italiana che produceva bambole, poi scomparsa più per smania di outsourcing che non per un qualche problema aziendale (così sostiene lui, conti e prodotti alla mano).
| Sia chiaro: l’intento di questo post non è polemico nè tantomeno razzista (orrore!).
Ho citato i nomi di due popolazioni, quella cinese e quella giapponese, ma in un contesto composto di stereotipi, ossia di presunti celebri “copiatori”. Un po’ come quando fanno con noi italiani, appioppandoci pizza e mandolino. Non è giusto, sono d’accordo, ma nascondere i nomi avrebbe reso il discorso un po’ troppo generico per i miei gusti. |
In questo post non parlerò di outsourcing quanto vorrei riallacciarmi alla sopracitata frase, ossia al “modo di copiare“.
Sono certo che in essa vi sia una buona dose di risentimento verso chi “ha rubato il lavoro” ma, a sentire mio papà, era la qualità finale che proprio non gli andava giù: spostare la produzione ci può stare, ma darla in mano a qualcuno che fa il lavoro al posto tuo, ma lo fa male seppur a prezzi inferiori, è una situazione imbarazzante ed umiliante.
Imbarazzante per il buon nome della ditta che ci (ri)mette il marchio, umiliante per chi viene sostituito e non si capacita di esserlo stato per colpa di qualcuno che lavora peggio e che “costa meno“.
Cosa ho imparato
Io sono uno sviluppatore di software, non un ragioniere come mio papà, eppure non passa il tempo che non mi ritrovi in quelle parole. Non per gli stereotipi (anche se motivati dall’andamento dalla ditta dove lui ha lavorato), ma per il discorso fra le righe.
Il mercato lo fa chi investe, chi innova, chi si espone e rischia, chi ha un po’ di fortuna (o un surrogato). Il resto del mondo può provare a fare altrettanto, ma molto spesso si può accontentare di ispirarsi o “copiare” quel che può. Ossia imitare l’imitabile, possibilmente evitando di finire vittima di qualche battaglia sui brevetti, magari intentata da qualche “patent troll” di professione.
Un esempio di “reimplementazioni” (eufemismo) di prodotti esistenti è costituito dai cosiddetti cloni:
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Il passo dopo non è da tutti e separa chi copia e basta da chi vuole emrgere: copiare e migliorare, per mantenersi competitivi. Una specie di partita a guardie e ladri dove qualcuno ti copia ma poi si differenzia – e magari si salva pure dal punto di vista legale – apportando dei miglioramenti.
| Condividere le conoscenze è una cosa estremamente positiva e spesso anche necessaria quando si lavora con altre persone o con altre aziende. Attenzione però a chi ed a come si forniscono informazioni.
Da un articolo recente di The Register:
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Parlare di copie significa chiamare in causa “processi” più o meno legali: si va dalla copia spudorata, magari ottenuta rubando segreti industriale, al reverse engineering brutale o quello più o meno legale (es: clean room design).
| Per un esempio di furto di segreti industrali e relativa copia spudorata vi consiglio l’eccellente libro “Sticky Fingers: Managing the Global Risk of Economic Espionage“: veramente un bel libro.
Se vi affascina il mondo della “competitive intelligence” più spinta, ne trovate un breve spezzone nel bel film “The Corporation“, in cui parla un professionista di quel settore, Marc Barry. Se vi interessa infine un esempio cinematografico di “copia e miglioramento”, potete trovarlo nel film di fantascienza “Paycheck“, tratto da una storia di Dick, precisamente nel lavoro quotidiano del protagonista:
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Restando nel mondo informatico …
Un esempio famoso è il progetto Hadoop:
“Apache Hadoop is a software framework that supports data-intensive distributed applications under a free license. It enables applications to work with thousands of nodes and petabytes of data. Hadoop was inspired by Google’s MapReduce and Google File System (GFS) papers.”
Un progetto che è nato come reimplementazione di un’idea e pian piano ha preso piede e supporto: l’elenco delle ditte che lo supportano è lungo. Di qualche giorno fa la notizia che anche Microsoft ha iniziato ad impiegarlo e permetterne l’uso nella sua piattaforma cloud, Azure. C’è addirittura chi dice che ormai sia meglio dell’originale da cui trae spunto.
Notate il trucco: rendere le “copie” OpenSource oppure parteciparne allo sviluppo sembra un buon modo per poter copiare, poi estendere/migliorare ed infine guadagnarci, spendendo il giusto e senza esporsi troppo a livello legale.
| Chi dice che l’OpenSource fa male al capitalismo? (Sarcasmo) |
Morale della fiaba
Con tutto ciò non sto invitando nessuno a copiare il lavoro di nessun altro, sia chiaro. Tuttavia, nel caso questa fosse la vostra scelta, vi invito a non fermarvi alla copia più o meno spudorata, ma a perfezionarla. Se proprio copia deve essere, almeno qualcosa di vostro e di nuovo, mettetecelo.
| Rubare le idee di un altro è un atto ingiusto e reprensibile, ma buttarlo fuori dal mercato perchè una reimplementazione delle sue idee costa meno è pure un atto ignobile, di cui vergognarsi. A prescindere da quello che sostiene una certa teoria capitalistica. |
Salire sulle spalle dei giganti per un giretto non previsto è un conto, approfittarne spudoratamente facendosi accompagnare ovunque (cioè una copia spudorata ripetuta sistematicamente nel tempo) è un’altra cosa.
Che ne pensate?

Bell’argomento.
Qualche anno fa lavoravo in un contesto in cui l’occhio continuo alla concorrenza e la ‘copia’ di funzionalità era molto comune. Spesso era richiesta dagli utenti stessi.
Non mi riferisco a niente di illegale, né furto di brevetti o proprietà intellettuale, né spionaggio industriale. Mi riferisco piuttosto a un rincorrere, riprodurre e sviluppare l’idea e la funzione più innovativa del prodotto concorrente.
In questo senso essere copiati, più che copiare, era un’indicazione molto positiva.
Prima di tutto si aveva la conferma di avere introdotto qualcosa di buono e di valore. In secondo luogo ci si poneva automaticamente in un vantaggio competitivo: anche l’attività del copiare e riprodurre, infatti, ha un costo in termini di risorse e tempo. Copiare non è gratis. Se il concorrente spende risorse nella copia, è possibile nello stesso lasso di tempo spendere le proprie risorse in funzionalità innovative, con il risultato che il concorrente sarà automaticamente (e sempre) in ritardo di una release.
In certi mercati può fare, seriamente, la differenza.
@Stefano: quoto il “copiare non è gratis” esattamente come il discorso sul valore implicito di ciò che si copia. Di certo non si copia il peggio… Vero anche che chi copia parte indietro, ma magari si accontenta del mercato low-cost e rientra delle spese. Inoltre non tutte le ditte ce la fanno a stare davanti al gruppo degli inseguitori-copiatori…
Ciao & grazie di essere passato! ^^
Trovo comunque deplorante il fatto che i paesi come la Cina ed anche il Giappone non cerchino di creare le loro idee, ma si limitino a copiare. La loro cultura era cosi’ ricca e unica nel suo genere. A parte i danni economici, il fatto che un paese con una popolazione di piu’ di un miliardo di persone si limiti a fare copie e’ veramente ottuso.
@888casino: beh, si inizia copiando quello che viene reputato il meglio, poi magari qualcuno si inventa qualcosa, anche solo perchè il mercato della bassa qualità tende alla sovrasaturazione a lungo andare. No?
Ciao & grazie di essere passato! ^^